Un titolo antitetico. Da una parte il messaggio di pace del Santo Padre, letto in video durante la prima serata della 75esima edizione del Festival di Sanremo, poco prima dell’esibizione di Noa (Israele) e Mira Awad (Palestina) sulle note di Imagine; dall’altra la realtà della guerra e la possibilità che la tregua in Medio Oriente possa sgretolarsi da un momento all’altro.
Il messaggio di pace. Papa Francesco: “Musica strumento di pace”
Una dicotomia dolorosa quella tra gli inni alla pace e una guerra in latenza. Tuttavia è inevitabile parlarne perché il mondo è spaccato a metà, e tutti, in queste ore, trattengono il fiato.
Ieri, 11 febbraio, è stata trasmessa la prima puntata della 75esima edizione del Festival della musica italiana; una serata delicata, la prima. Sempre. Perché racconta il Sanremo che sarà, e apre alla musica che lo caratterizzerà. Il direttore artistico e conduttore Carlo Conti aveva annunciato nei giorni scorsi un momento catartico, che un po’ avrebbe rappresentato il clou dello show: Imagine interpretata da due artiste, una palestinese e una israeliana, Mira Awad e Noa. L’obiettivo doveva essere attirare sull’Ariston gli occhi del mondo.
Conti non aveva però rivelato che ad anticipare la performance votata al messaggio di pace in musica del Festival sarebbero state le parole di Papa Francesco.
Il Pontefice, in una clip registrata, ha dato lettura di una lunga lettera in cui ha ricordato “i bambini che non possono cantare e piangono e soffrono per le tante ingiustizie nel mondo, per le situazioni di conflitto”. Non ha mancato di sottolineare che le guerre rappresentano sempre una “sconfitta”.
Secondo Francesco, poi, la musica è uno “strumento di pace” e ha dunque dedicato un plauso alla scelta di Conti di sfruttare l’occasione per affrontare il tema, rimarcando l’alta considerazione nel “vedere chi si è odiato stringersi la mano, abbracciarsi e dire con la vita, la musica e il canto: la pace è possibile”.
L’esibizione, qualificata da una performance in lingua araba ed ebraica culminata nel bridge in inglese, a indicare l’universalità del messaggio, ha generato una standing ovation all’interno del teatro ligure. Non è ancora dato sapere, però, se al di fuori del contesto Sanremese l’esibizione abbia prodotto effetti. Se le parole del Santo Padre, nell’anno giubilare tra l’altro, abbiano sensibilizzato tanto da non mettere a rischio una sospensione raggiunta faticosamente.
Durante la giornata di ieri, inoltre, Francesco ha anche inviato una missiva ufficiale ai vescovi degli Stati Uniti, trattando il pellegrinaggio e l’immigrazione, guardando al cammino dei popoli e richiamando alla coscienza e alla solidarietà.
Trump promette “l’inferno” per la mancata liberazione degli ostaggi
Sabato 15 febbraio è la data X, quella che consentirebbe alla tregua di rimanere tale. Hamas, a seguito delle dichiarazioni del Presidente USA Trump relative alla trasformazione di Gaza, ma più che altro al controllo che gli Stati Uniti hanno annunciato di voler esercitare sulla striscia, ha congelato le strategie di tregua. Al bando le pressioni sulla liberazione degli ostaggi, ma anche il mancato rispetto dei termini previsti dalla negoziazione, almeno dal punto di vista di Hamas.
Le parole del tycoon non fanno altro che “complicare ulteriormente le cose”, dice Hamas, per poi aggiungere, tramite la voce dell’alto funzionario Sami Abu Zuhri, alla Afp “Trump deve ricordare che esiste un accordo che deve essere rispettato da entrambe le parti e che questo è l’unico modo per restituire i prigionieri“.
Nel frattempo Netanyahu, dopo essere stato in visita alla Casa Bianca e aver trovato un punto di raccordo con il Presidente Trump, ha ribadito la ripresa delle ostilità se sabato non verranno rilasciati gli ostaggi. Una ripresa forte, che porterebbe ancora sofferenza e metterebbe a rischio le operazioni in essere.
Il piano dell’Egitto per Gaza
La settimana si è aperta con l’incontro tra Trump e il Re di Giordania, che auspicava una proposta da parte dell’Egitto per il popolo di Gaza al momento della ricostruzione. Aveva anche aggiunto che il suo Paese accoglierà oltre 2000 bambini palestinesi, di cui quelli malati di cancro. I due Paesi, osservando le risposte che Trump ha fornito ai media in materia, rischierebbero di perdere il supporto degli USA se non accogliessero i palestinesi.
Non ha infatti tardato la risposta dell’Egitto che ha comunicato, attraverso il ministro degli Esteri, la messa a punto di un piano, una “visione”, che non prevederebbe l’abbandono della striscia da parte dei palestinesi. Un tema delicato, perché servirebbe la cooperazione con gli USA che, allo stato dei fatti, non vedono possibile la permanenza del popolo palestinese a Gaza. Anzi, sull’argomento Trump è stato perentorio: nessun rientro a Gaza da parte dei palestinesi, mai.
La speranza, secondo le istituzioni egiziane, è che ci sia comunque collaborazione per “raggiungere una giusta soluzione della causa“.